Trattare o non trattare?
Questo è il problema nella compromissione cognitiva lieve

Dementia News 78, dicembre 2007

L'edizione di novembre di PloS Medicine, una rivista liberamente consultabile via Internet, riporta un interessante articolo di Raschetti et al. sul problema relativo alla diagnosi e, soprattutto, al trattamento della compromissione cognitiva lieve (MCI). L'MCI si colloca all'incerto confine tra invecchiamento cerebrale normale e demenza. Nonostante le incertezze sulla diagnosi clinica di MCI, sono stati condotti numerosi trial clinici controllati (RCT) sull'uso degli inibitori dell'acetilcolinesterasi (AChEI) nel trattamento dei sintomi dell'MCI e della progressione da MCI a malattia di Alzheimer (AD). L'articolo di Raschetti analizza RCT pubblicati e non pubblicati eseguiti su pazienti con diagnosi clinica di MCI e/o compromissione della memoria documentata da test neuropsicologici. Gli studi inclusi dovevano comprendere tra le misure di outcome la valutazione del tempo di conversione a diagnosi di AD possibile o probabile o la valutazione del miglioramento di misure associate alle funzioni cognitive, cliniche, neuropsichiatriche o di parametri valutati mediante neuroimaging. Le informazioni estratte dagli studi analizzati sono numerose e comprendono, ad esempio, numero, sesso ed età dei pazienti, dosi di farmaco somministrate, durata del trial, obiettivi primari e secondari, eventi avversi e morti avvenute nel corso dello studio. Dei 157 potenziali studi considerati solo 8 (3 pubblicati e 5 non pubblicati) soddisfacevano i criteri di inclusione per un totale di oltre 4100 pazienti, grossomodo equamente divisi tra gruppo trattato e placebo. I farmaci degli studi considerati comprendevano donepezil, galantamina e rivastigmina.

Sulla base della metanalisi eseguita, gli autori concludono che l'uso degli AChEI nei pazienti MCI per periodi da pochi mesi a 3 anni non ritarda l'esordio della demenza. Tra le varie altre misure effettuate solo i dati di neuroimaging sembrano mostrare un effetto del trattamento attivo, il cui significato clinico è da stabilire. Inoltre, i dati suggeriscono che gli effetti avversi del trattamento non sono trascurabili. Gli autori stessi commentano che l'MCI sembra essere un'entità clinica insufficientemente definita e imprevedibile che merita ulteriori indagini prima di valutare l'effetto di trattamenti farmacologici.

Per usare le parole, pragmatiche, riportate nel riassunto fatto dallo stesso editore di PloS Medicine, “Occorrono ulteriori trial clinici per chiarire se gli inibitori dell'acetilcolinesterasi ritardano la progressione da MCI ad Alzheimer, ma questi studi non potranno essere fatti fino a quando non sarà stata standardizzata la diagnosi di MCI”.

Dal punto di vista del biologo, l'analisi riportata dall'articolo di Raschetti et al. sottolinea l'importanza di trovare marcatori biologici dell'MCI e la necessità di una migliore conoscenza degli eventi biologici associati alle primissime fasi della malattia di Alzheimer.


prof. Stefano Govoni
Dipartimento di Farmacologia Sperimentale e Applicata, Università degli Studi di Pavia

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