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Farmaci e memoria: l’incerto confine tra curare e dopare il cervello
Dementia News 81, marzo 2008
A questo problema è dedicata la rassegna di Lanni e collaboratori, in corso di pubblicazione su Pharmacological Research.
Il potenziamento della performance mentale attraverso l’uso di “farmaci intelligenti” è sempre stato un desiderio umano, che di recente ha acquisito dimensioni molto significative, tali da indurre ad alcune riflessioni di carattere sia scientifico sia etico. D’altra parte, la stessa rilevanza economica raggiunta indica che il dibattito dovrebbe incentrarsi non sul se ma sul quando saranno disponibili questi farmaci e come si potrà eventualmente controllare il loro uso.
Cosa significa esattamente migliorare la performance mentale? Senza dubbio è qualcosa di più che essere capaci di ricordare meglio le informazioni acquisite; tuttavia, a oggi le nostre conoscenze si riferiscono soprattutto ai miglioramenti a livello di attenzione e memoria. La lista di farmaci che potenziano la memoria e che possono trovare applicazione nel trattamento di disfunzioni mnesiche, come quelli utilizzati nei disordini associati all’invecchiamento patologico o, in soggetti giovani, per migliorare le performance, è piuttosto lunga e comprende farmaci che agiscono sui neurotrasmettitori, sugli ormoni, sui sistemi di trasduzione e sul metabolismo e perfusione cerebrali. Da un punto di vista generale, alcuni di questi farmaci sono correlati a stimolanti; si deve tuttavia sottolineare il fatto che un’attività stimolante sbilanciata può sì aumentare l’eccitazione, ma anche ridurre i livelli di attenzione e la capacità di concentrazione in compiti esecutivi e di apprendimento. Alcuni farmaci sono utilizzati per il trattamento delle alterazioni cognitive associate alla demenza (soprattutto gli inibitori dell’acetilcolinesterasi e memantina); mentre però le azioni sul paziente demente sono documentate, i pochi dati esistenti sull’effetto delle stesse molecole nel soggetto sano non sono tali da incoraggiarne l’uso. Lo stesso vale per alcuni stimolanti (ad esempio metilfenidato e modafinil) o inibitori della captazione di noradrenalina (come atomoxetina) che migliorano le performance mentali nei pazienti con deficit di attenzione e iperattività (ADHD), ma il cui effetto sui soggetti normali è ancora poco studiato (anche se sembra che il loro uso sia abbastanza diffuso tra gli studenti per potenziare i livelli di attenzione). È necessario evidenziare che a oggi non vi sono ancora dati provenienti da studi controllati e che quindi non si conoscono l’efficacia e i rischi derivanti dall’uso di queste sostanze a breve e a lungo termine in soggetti normali, soprattutto se anziani.
D’altra parte, la richiesta di “potenziatori per la mente” è elevata. Il giro d’affari legato alla vendita di integratori alimentari, che promettono miglioramenti di memoria nei giovani e in persone di mezza età e oltre, nei soli Stati Uniti ha raggiunto un miliardo di dollari all’anno, nonostante le incertezze sulla loro efficacia. Cosa si dovrebbe fare? Forse è ora di affrontare con mente aperta il fatto che le nostre capacità mentali sono almeno in parte basate su reazioni biochimiche soggette a modulazione farmacologica. Se si vuole trarre beneficio da questa possibilità senza pericoli, dovrebbero essere condotte in questo settore ricerche serie e programmi di studio sotto il controllo di agenzie nazionali di ricerca.
prof. Stefano Govoni
Dipartimento di Farmacologia Sperimentale e Applicata, Università degli Studi di Pavia
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